Nel giugno del 1965, un uomo di origini italiane entrò al Maryfield Hospital di Dundee in Scozia, con un peso di 207 kg e una richiesta che avrebbe lasciato i medici interdetti: smettere di mangiare. Non per protesta, non per fede, ma per sopravvivere. Si chiamava Angus Barbieri, aveva 27 anni, e il suo corpo era diventato una prigione. Il grasso non era più protezione: era isolamento, sofferenza, limite.
I medici accettarono di iniziare un digiuno terapeutico, previsto inizialmente per qualche settimana; ma Angus, giorno dopo giorno, continuava a sentirsi sempre meglio. Non mostrava segni di cedimento. Al contrario, sembrava rinascere. Così il digiuno proseguì. E proseguì. E proseguì ancora.
Per 382 giorni consecutivi, Angus non toccò cibo solido. Assunse solo tè, caffè, lievito e integratori vitaminici. Il suo corpo, privato di alimenti esterni, cominciò a nutrirsi di sé stesso. Il grasso corporeo — circa 100–110 kg — divenne la sua dispensa interna. Ogni giorno, il metabolismo convertiva la riserva di grasso in energia vitale; esattamente come fanno gli animali che vanno in letargo. In totale, si stima che abbia consumato oltre 770.000 kcal provenienti dai suoi tessuti adiposi.
Durante questo periodo, Angus fu monitorato costantemente. I medici annotavano ogni variazione, ogni parametro, ogni segnale. Il suo intestino si svuotava solo una volta ogni 40–50 giorni, eppure, non ci furono complicazioni. Nessun collasso, nessuna regressione. Solo trasformazione.
Quando uscì dalla clinica, nel luglio del 1966, Angus pesava 82 kg.
Aveva perso 125 kg, ma soprattutto, aveva riscritto le regole della biologia umana. Il suo caso fu pubblicato nel Postgraduate Medical Journal nel 1973, e ancora oggi è considerato il digiuno terapeutico più lungo mai documentato.
Il corpo di Angus non fu solo un organismo. Fu un laboratorio vivente. Un rito. Un atto di volontà estrema. Durante il digiuno, attivò processi come la chetosi (conversione dei grassi in corpi chetonici per nutrire il cervello), la lipolisi (rilascio di acidi grassi dalle cellule adipose), e l’autofagia (riciclaggio cellulare e pulizia interna). Ogni giorno, il suo corpo si consumava per rigenerarsi.
Oggi, fortunatamente, si è ritornato a parlare di digiuno. Ma è diverso. Si parla di digiuno intermittente, di terapie metaboliche per diabete e infiammazione, di autofagia come processo anti-aging, di lucidità mentale e aumento del BDNF, il fattore neurotrofico che migliora memoria e concentrazione. Si parla anche di spiritualità, di purificazione, di autodisciplina.
Ma Angus non cercava moda. Cercava salvezza e la trovò nella trasformazione.
Il suo corpo divenne racconto. Il suo digiuno, un rito biologico.
Una testimonianza estrema che ancora oggi interroga la medicina, la volontà e il confine tra sopravvivenza e rinascita.
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Per approfondire i benefici del digiuno:
